Racconti a puntate

Questa sarà una sezione dedicata ai racconti più lunghi. Ci sarà la curiosità di conoscere nuovi personaggi, di entrare con loro in storie più complesse e articolate con la voglia di scoprire che ci spinge a leggere! Buona lettura! 

Racconto lungo di 
Marcella Nardi

Da rosa a rosso

La mia amica Emily DeWalt, ispettrice presso la sezione Omicidi della polizia di Seattle, si trovò a dover risolvere un caso davvero complesso.

Come al solito, il mio istinto da detective emerse, e le diedi una mano.

Quindici giorni prima, la polizia del distretto di Queen Anne, a fronte di una segnalazione anonima, aveva rinvenuto un uomo, brutalmente accoltellato, in una stanza chiusa dall'interno e situata in un appartamento al quindicesimo piano di una palazzina della West Barrett Street. A prima vista, si poteva affermare che quel luogo fosse inaccessibile dall'esterno.

Emily e il suo team avevano preso in carico quel rompicapo: il classico delitto della stanza chiusa.

Con il suo vice, Jeremy Andrews, si stavano fumando il cervello, analizzando quel delitto senza apparenti cause, avvenuto in un quartiere relativamente tranquillo.

Erano molti anni che lì non si verificavano omicidi, ma solo crimini di livello inferiore: qualche piccolo spacciatore, un paio di incidenti d'auto di dubbia origine. Nulla di più serio.

«Joe, ti faresti una birra?», mi chiese, quella sera per telefono, Emily. «Il mio collega, Jeremy, è così palloso e poi ho la testa fusa. Tu che sei il genio delle investigazioni, magari mi puoi dare una mano. Siamo in un vicolo cieco», mi disse con un tono che non ammetteva rifiuti. «Perché non vieni con Kathleen?»

«D'accordo. Nel frattempo ridammi l'indirizzo corretto. Ho come la sensazione che qualche tempo fa ci sia stato qualcosa proprio in quella zona. Una storia di lettere anonime, finita con una rissa e tre ricoverati al pronto soccorso. Appena trovo le informazioni, ti chiamo e decidiamo dove vederci».

Mi misi subito al computer, oggetto che detesto cordialmente, ma che in tanti casi è diventato uno strumento di lavoro indispensabile. Un paio di minuti dopo, trovai quello che la mia mente aveva ricordato in un flash.

A fronte delle lettere anonime e della rissa, le indagini che ne erano seguite non avevano, però, dato prova di nulla in particolare, e il caso era stato alla fine archiviato.

«Ciao Emily, Kathleen ha invitato me e te a cena. Che ne dici? Così oltre a una birra, ci facciamo una bella mangiata di Buffalo Wings. Cucina poco, ma quando lo fa, la mia Kathleen è una vera maga ai fornelli. Ti ispira?»

«Avevo giusto bisogno di una cena coi fiocchi. A che ora? Porto io le birre».

«Alle sette da me, e poi insieme andiamo da Kathleen». 

Nel frattempo che le ali di pollo si cuocevano e che la padrona di casa preparava l'antipasto e il contorno, l'ispettrice DeWalt passeggiava avanti e indietro nel salotto, con una birra in mano.

«Emily fermati, così mi fai venire mal di testa», le dissi dopo soli cinque minuti dal nostro arrivo, mentre la mia compagna era in cucina a spignattare.

«Scusami, Joe, è che la mia mente sta ricapitolando tutto ciò che sappiamo su quell'omicidio».

«Chi era il morto?», le chiesi per farla parlare e smettere di camminare su e giù.

«La classica persona apparentemente per bene. Un italo-americano, che dal Connecticut si è trasferito qui a Seattle una trentina d'anni fa. Un certo Tony Buscicchio. Un ingegnere edile di cinquantacinque anni, responsabile di un'azienda di costruzioni, la Luxury House.

«Caspita, ne ho sentito parlare. Brett ha acquistato la nuova villa in un elegante quartiere costruito da quell'azienda».

«Buscicchio era nato a New Haven, nel Connecticut. Dopo il trasferimento qui a Seattle, aveva cambiato tre residenze. Abitava da sette anni lì dove lo abbiamo trovato».

«Che tipo di persona era? Aveva famiglia, amici, hobby?»

«A detta dei vicini era single e piuttosto riservato. Non avevano mai visto una donna, né amici. Mai una festicciola o qualcosa di simile. Un vicino estremamente silenzioso».

Perché ammazzarlo così?, mi chiesi come se avessi letto nel pensiero di Emily.

«Perché ammazzarlo così?», si chiese l'ispettrice, ad alta voce, usando le stesse parole che mi ero detto nella mente.

«Come ti ho anticipato in auto, quindici giorni fa, due agenti, rispondendo alla chiamata del 911, sono andati sul luogo del delitto e, dopo aver interpretato il racconto confuso di una vicina-domestica-tuttofare, una certa Jenny Coltrow, hanno poi subito chiamato noi della sezione Omicidi».

La Coltrow, come riferì Emily, era una vedova che viveva della reversibilità del defunto marito, arrotondando le entrate mensili facendo da domestica-tuttofare a due single del condominio.

Quel venerdì mattina, alle sette e trenta, ritirata la corrispondenza anche dei due single, aveva provveduto a portarla nell'appartamento di quello che abitava al sesto piano. Avrebbe atteso le nove per portarla al Buscicchio, che prima di quell'ora non voleva nessuno per casa. Come al solito, l'italo-americano sarebbe sceso nel garage sotterraneo per prendere la sua Corvette di un orribile colore rosa, che poco si addiceva a un uomo dall'aspetto decisamente virile, era stato il commento della vicina.

«Una Corvette rosa? Oddio...», commentai disgustato. «E poi? Come andò?»

«La Coltrow disse che l'uomo era una persona puntuale e abitudinaria. Così, quando andò a controllare in garage, come faceva sempre, alle nove e dieci la Corvette era ancora lì».

«Immagino la sua preoccupazione», dissi per far prendere fiato a Emily.

«Esatto. La donna era preoccupata. E io aggiungo... anche incuriosita. Così, salita al quindicesimo piano, aveva suonato il campanello e bussato ripetutamente alla porta, prima di tirare fuori le sue chiavi. Dall'interno proveniva una musica soffusa, segno che l'ingegnere era in casa, ma non le apriva».

Dopo un paio di minuti, continuò Emily, la donna si era decisa e aveva tentato di aprire. Gira e gira, la porta rimaneva chiusa, come se fosse sprangata dall'interno.

«Ragazzi a tavola. Si comincia con antipasto di formaggi e salumi italiani. Dai, venite. Parleremo seduti, mentre mangiamo. Non so voi, ma io ho una fame da lupi. Le ali di pollo sono quasi pronte», ci richiamò all'ordine Kathleen, che si avvicinò con un vassoio e tre bicchieri di vino rosso.

«Perdonaci, cara», disse Emily. «Ti abbiamo lasciata sola mentre noi discutevamo di questo caso che non mi dà pace».

«Vi ho ascoltati, mentre spignattavo. E sì, è davvero complicato. Sediamoci, che poi voglio ascoltare e dirvi la mia».

Avevo fame anch'io, e anche Emily, da come si buttò sul piatto degli antipasti. Iniziammo con dell'asiago stagionato e della bresaola di manzo. In Italia mangiano anche quella di cavallo, ma qui in USA farebbe ribrezzo al grosso della popolazione. Il vino, un rosso della Toscana, era delizioso.

«Allora, Emily, come è andato a finire il ritrovamento del cadavere?»

«Temendo il peggio, dopo aver ancora suonato, bussato e ribussato, la Coltrow aveva chiamato il 911, chiedendo aiuto».

«Quindi tu non sei intervenuta subito, vero?», chiese Kathleen.

«No, infatti. Per prima è arrivata la volante più vicina al palazzo. Con fatica, dopo un paio di minuti, la porta è stata aperta. Era inchiodata dall'interno con due assi incrociate. Il corpo senza vita dell'ingegnere era riverso sul pavimento del soggiorno con un coltello da cucina piantato nella schiena».

«Immagino la reazione della vicina...», commentò Kathleen.

«Uno degli agenti, quando poi siamo arrivati noi, ci ha detto che la donna era svenuta per qualche minuto, alla vista del corpo».

«E la Scientifica? Cos'ha detto», chiesi io questa volta.

«Prima di analizzare in loco il cadavere, io, il mio collega e quelli della Scientifica abbiamo guardato in giro. L'appartamento sembrava in perfetto ordine, nessun segno di colluttazione, le finestre chiuse, le tapparelle calate, la luce accesa. Anche la signora Coltrow, dopo essersi ripresa, ha confermato che, secondo lei, nulla era stato rubato. Però, aveva subito notato che il coltello apparteneva al set di quelli dell'ingegnere».

«Quindi non si è trattato del classico topo d'appartamento. Sembrerebbe più un delitto non premeditato, ed eseguito forse da una persona di sua conoscenza», aggiunsi, mentre il piatto con le Buffalo Wings, ancora fumante, veniva aggredito da tutti noi.

«Lo penso anch'io», precisò Kathleen, mentre Emily faceva segno di sì con la testa, con la bocca piena.

Poi la mia amica riprese il racconto.

Portato via il corpo, e allontanata la vicina, era subito partita la macchina delle indagini: rilievi dettagliati in casa del morto, analisi, autopsia, controlli sulla vita privata e professionale della vittima.

Non se ne era ricavato niente che potesse dare un'idea sul movente e sull'esecutore del delitto.

«Bella rogna», dissi, mentre mangiavamo il contorno a base di verdure miste e aceto balsamico italiano.

«A questo aggiungi che proprio oggi, sul Seattle Times, un giornalista si è preso beffe della polizia. Dopo quindici giorni, ancora non siamo riusciti a capire chi possa aver ucciso l'ingegnere. Le poche altre impronte rilevate nella sua casa sono di persone non schedate, a parte le sue e quelle della signora Coltrow».

«L'omicidio di un uomo che costruisce case e che è noto, seppur riservato, suscita sempre più attenzione rispetto all'assassinio di un perfetto sconosciuto», aggiunse Kathleen. «Io, però, punterei sul delitto passionale. Non so, ma qualcosa mi dice che ci sia di mezzo una donna», e mi guardò con fare malizioso. «Che ne pensa il nostro bell'avvocato?»

«Sono anch'io del parere che ci sia di mezzo una donna, oppure ci troviamo davanti a una reazione passionale di qualcuno che ha litigato con il Buscicchio e che poi, preso dall'ira, non ci abbia visto più e lo abbia accoltellato. In quest'ultimo caso, però, qualcuno dei vicini avrebbe dovuto sentire dei rumori o delle voci concitate. No, è una donna. Se è un uomo, il tutto deve esser avvenuto in pochi secondi».

«È quello che abbiamo pensato io e Jeremy. Ma chi? Nessuno lo ha mai visto con una donna. Anche se, devo ammettere, il colore della sua auto fa pensare a un gesto romantico. Una Corvette rosa non la si vede tutti i giorni. E se fosse stato un gesto d'amore? Il guaio è che non sappiamo in che direzione muoverci. In casa sua abbiamo aperto tutti i cassetti, tutti libri... insomma, non abbiamo trovato nessuna traccia femminile».

«Magari potrebbe essere una sua dipendente. Avete dato un'occhiata alle persone che lavorano per lui?», chiesi ad Emily.

«Sì, lo abbiamo fatto, Joe. Alla Luxury House lavorano quattro donne, ma nessuna, nemmeno dopo aver rinterrogato tutti i dipendenti, pare potrebbe essere stata la sua amante, o avere avuto dei battibecchi tali da spingere all'omicidio. Abbiamo anche battuto la pista gay. Tutti ci hanno riso in faccia, nei due cantieri».

Rosa, rosa, continuavo a ripetermi, senza parlare.

«Ragazze, ascoltatemi. Rosa non è solo un colore, ma è anche un nome da donna. Emily, sei sicura che nessun dipendente si chiami Rosa?»

«Non mi sembra, anzi, ne sono sicura».

«E qui nel palazzo?», aggiunsi io. «Una persona del condominio può muoversi meglio senza destare curiosità».

«Sì, ma quindici piani a quattro appartamenti per piano, sai quanta gente ci abita? E ammesso che il colore dell'auto sia in onore di una donna che porta quel nome, questa potrebbe benissimo vivere ovunque, non per forza in questo palazzo»

«Lo so, ma è meglio verificare. Non è poi un nome così diffuso».

«OK, allora fatemi chiamare Jeremy. Mi aveva detto che sarebbe rimasto in ufficio fino a tardi. Una nostra collega si è ammalata, e lui la sta sostituendo, facendo doppio lavoro».

E mentre Emily chiedeva al suo collega di verificare se tra i residenti del palazzo ci fossero donne con quel nome, io chiesi a Kathleen: «Ti fanno ancora male le caviglie? Sii sincera».

Dopo che era stata rapita, e tenuta legata nel bagagliaio del Poeta, spesso Kathleen avvertiva dolori nella zona dove la corda aveva tenuto strette le caviglie.

«Da qualche giorno sto bene, Joe. Sto cercando di lasciarmi tutto alle spalle. Forse era più un fatto psicologico che reale».

«Bene, sono contento», le dissi sorridendo e baciandola.

«Un po' di attenzione, piccioncini, buone notizie, almeno spero», disse Emily battendo le mani per attirare la nostra attenzione.

«Jeremy ha verificato che nel palazzo abitano tre donne che si chiamano Rosa. Una ha novantadue anni, una ne ha solo tredici, e l'ultima è single e abita sul suo stesso piano».

«Bingo!», fece Kathleen.

«Direi che l'ultra novantenne potrebbe essere esclusa così come la tredicenne», commentai. «Hai visto che sono un genio?»

«Avvocato! Tu la fai facile. Chi ha detto che sia la sua vicina di piano? Però ti do ragione. Le tue deduzioni sono sempre calzanti, indipendentemente dal risultato, ancora tutto da verificare. La donna si chiama Rosa Albany. Ha quarantacinque anni ed è divorziata. È nel team del sindaco di Seattle, che pare le vada dietro. Quindi, sia il defunto ingegnere, sia la donna, potrebbero avere avuto ottime ragioni per tenere tutto nascosto».

«Caspita, ispettrice», disse Kathleen sorpresa. «In questi pochi minuti il tuo collega ha saputo tutte queste cose?»

Emily le rispose, dopo avermi guardato con un sorriso: «Abbiamo avuto l'imbeccata giusta dall'esimio avvocato Joe Spark. Per la notizia da tabloid, Jeremy, dopo aver trovato le tre donne con quel nome, ha fatto una ricerca incrociata su Internet, ed è saltato fuori un articolo piccante con tanto di fotografia che riprendeva il sindaco, da poco sposato, in effusioni con Rosa Albany, membro del suo team».

«Allora da domani si parte con questa nuova pista?», le chiese Kathleen.

«Sì. D'altronde, non ne abbiamo altre».

Terminata la gustosa cena, ce ne andammo.

Dopo aver accompagnato Emily a casa sua, io trascorsi il resto della sera, fino alla mezzanotte, a fantasticare sulla Corvette e su Rosa Albany. 

Il giorno dopo, Emily DeWalt rilesse, per l'ennesima volta, le notizie raccolte che riguardavano Rosa Albany: quarantacinque anni, laureata in Scienze Politiche, membro del team del sindaco di Seattle e grande lavoratrice, persona molto ordinata, e troppo sola... per la donna bella e intelligente che era.

Emily stessa andò a interrogare la donna. «Certo, conoscevo l'ingegnere», dichiarò. «Era un caro amico e giocavo a golf con lui tutti i sabato mattina».

«Ciao Joe». Era tardo pomeriggio ed ero in ufficio. «Ho interrogato Rosa Albany», esordì la mia amica ispettrice.

«Bene, e cosa ti ha detto?»

«Non molto, a dire il vero. Ha ammesso che si vedeva con il Buscicchio, ma solo per giocare a golf il sabato. Senti, Joe, io mi chiedo, però, se anche l'avesse ucciso lei, e avrebbe potuto farlo dato il suo fisico e la sua buona salute, come era uscita dall'appartamento che era chiuso e sigillato dall'interno?»

«Emily, mandami tutta la documentazione del caso via fax, o per email. Ci darò un'occhiata ora stesso. Non ho molto da fare oggi».

«Grazie, Joe. Lo faccio subito. Ciao e... a buon rendere».

Pochi minuti dopo, il beep di un'email in arrivo risuonò nel mio ufficio. Era la documentazione del caso.

Iniziai a leggere.

D'improvviso, notai un particolare che mi colpì: una fattura per l'abbattimento di una parete. Ma di quale parete? Non c'erano dettagli in merito.

Non poteva essere una questione di lavoro, visto che era nelle carte personali del defunto. Allora?

E se l'ingegnere avesse fatto abbattere un muro di casa sua? Ma per fare cosa? O per andare dove? E senza permessi comunali, in barba alle leggi vigenti?

Composi il numero di Emily. «Scusa l'orario, Emily. Ma la casa di questa Rosa Albany confina, per caso, con quella del defunto ingegnere?»

«Sì, non te lo avevo detto? È importante?»

«Forse sì. Possiamo andare, ora stesso, a casa dell'ingegnere?»

«A quest'ora? Mi dici cos'hai trovato?»

«Ascolta... ricordi che ti avevo parlato delle lettere anonime? Roba di qualche anno fa?»

«Ricordo, sì. Allora?»

«Le lettere erano riferite a degli abusi edilizi, mai realmente comprovati. Vorrei fare un sopralluogo e vorrei che tu reperissi l'agente che, al tempo, se ne occupò, un certo Williams».

«Dammi dieci minuti e poi ti richiamo».

Emily, l'agente Williams ed io, giungemmo nell'appartamento del defunto ingegnere. Iniziammo a ispezionarlo con cura alla ricerca di quell'indizio che ci avrebbe suggerito, forse, la soluzione dell'enigma.

Mentre ci aggiravamo nell'appartamento, chiuso da giorni e maleodorante di aria calda e stantia, la mia attenzione fu attratta dalla domanda dell'agente che chiedeva: «Ispettrice, ma cosa se ne faceva la vittima di tutti questi telecomandi?»

«Ma cosa stai dicendo, Williams?»

«Ma sì, uno nero per lo stereo, uno grigio per la televisione, uno bianco per le tapparelle, uno blu per le luci. E poi... uno rosa. Ma dico io, a che serve?», chiese, cominciando ad azionarlo.

Rosa?, non potevo credere a ciò che avevo appena udito. Quel colore ricompariva di nuovo.

Emily non fece in tempo a dire: «Fammi vedere», che la libreria del soggiorno iniziò silenziosamente a scorrere, lasciando a vista una porta.

La maniglia era di colore rosa.

Io ed Emily ci guardammo fissi, e lei mi fece un cenno di assenso.

Aprii la porta, ma non entrai nel locale che si presentava dinanzi a noi: era il soggiorno della signorina Albany che, seduta sul divano, alla nostra vista si alzò spaventata.

La donna, visibilmente sorpresa e scossa, si limitò a dire: «Mi avete trovata...»

Emily, che non ne poteva più di due settimane di insuccessi, gridò: «Adesso basta. Voglio la verità».

«Mi dica almeno il suo nome», disse l'altra donna.

«Ispettrice Emily DeWalt, sezione Omicidi, polizia di Seattle».

«L'ho ucciso io, non mi amava più. È stato un grande amore, tutto nostro, e nessuno ne sapeva niente. Ma l'amore è finito e lui voleva lasciarmi. Così, su due piedi. Me lo ha detto alla fine di una cena in casa sua. Pensi... stavamo festeggiando il terzo anniversario dell'inizio del nostro amore. O meglio, del mio amore, un grande amore, ma non era così anche per lui...»

«E poi cos'è successo?», chiesi io.

La donna non mi calcolò nemmeno. Si rivolse a Emily: «Pensi, ispettrice... festeggiare un anniversario per dirmi che era finita. Mi disse che la sua Corvette sarebbe diventata color rosso fuoco. Non più rosa, simbolo del nostro amore. Con la stessa naturalezza con cui si comincia il cambio di telefono, mi disse che si era innamorato dell'amica della sua segretaria, una thailandese di venticinque anni, arrivata a Seattle per avviare una nuova sede di un'azienda di suo padre. "Forse me ne andrò in Thailandia, un giorno", mi aveva persino detto». Le lacrime scendevano a fiotti sulle guance. «Così, terminato di mangiare, dopo aver riordinato la cucina, l'ho raggiunto in soggiorno. Stava parlando al telefono, sottovoce. Con lei. Ispettrice, non ci ho visto più... sono tornata in cucina, ho preso il coltello e l'ho ucciso. Sono stata attenta a tutto, ho anche inchiodato le assi per rendere la cosa più misteriosa, ma mi sono dimenticata del telecomando. Lui, aveva la mania dei telecomandi. Che stupida...»

E così... una storia d'amore era finita nel sangue.

La signorina Rosa Albany si lasciò arrestare senza opporre resistenza.

Per festeggiare la conclusione delle indagini, Emily invitò me e Kathleen a cena presso uno dei più famosi ristoranti italiani di Seattle: trattoria La Spiga.

Mentre stavamo brindando, mangiando delle abbondanti porzioni di Tiramisù, Kathleen prese il coltello e, sorridendo, me lo puntò al petto. «Avvocato Spark... attento alle ragazzine. Non si sa mai... potresti ritrovarti un coltello conficcato nel petto».

Ridemmo di buon gusto, mentre le due donne si fissarono con un'occhiata d'intesa.

Gli uomini... forse stavano commentando con il solo sguardo.

1

Tromba delle scale, condominio di Via San Vitale 

Un urlo spaventoso aveva appena infranto il silenzio pomeridiano, facendo sobbalzare Marcella Randi che stava salendo i gradini, a piedi come sempre, intenta a leggere la prima pagina del "Resto del Carlino". «Non è possibile!», strillò di nuovo la stessa voce. E mentre Marcella, alzato il volto dal giornale, cercava di capire da dove provenisse la voce, ecco aprirsi la porta della famiglia Rigolli. «Buongiorno Marcella, non se ne può più della signora Bonfanti. Quella donna non fa che urlare». «Signora Rigolli, buongiorno a lei. Perché, lo ha già fatto? Non me ne sono mai accorta». «E per forza, Marcella, lei è sempre in università. Io sono casalinga e mi creda, la signora Bonfanti non fa che alzare spesso la voce, anche di prima mattina», si lamentò col tono di chi non ne può proprio più. «Ecco perché l'urlo era sì intenso, ma non così forte. È la nuova inquilina dell'ultimo piano, vero?» «Sì proprio lei. Mi scusi, signorina Randi, lei che ama così tanto investigare, non è che può andare a vedere cos'è successo questa volta?» «Umm... Mi faccia pensare. Termino di leggere questo articolo di cronaca nera e poi vado a fare un salto dalla nostra nuova vicina. Le farò sapere, va bene?», la rassicurò Marcella, mentre la donna appariva più serena, ma non tanto... «Si riferisce alla notizia di quelle due povere donne uccise? Mamma mia che brutta fine!» «E sì... proprio loro. Pensi, erano tutte giovani donne e in carriera», ammise con amarezza Marcella Randi. «Già la tortura è qualcosa di abominevole di per se stessa. E poi troncare i piedi e staccare il mignolo! Maria Vergine, dove siamo arrivati... La saluto, e non dimentichi di farmi sapere». 

2

Terzo piano, abitazione dei signori Randi 

« Sei tu, Marcella? Ma chi era che gridava? Per caso la signora dell'ultimo piano?», chiese la signora Randi, urlando dalla cucina. «Pare di sì. Ma com'è che tutti l'avete già sentita gridare e io mai?» «Semplice... Quando non fai la detective, sei sempre in facoltà», si sentì ripetere nel giro di pochi minuti, proprio come aveva evidenziato la signora Rigolli. «Dai che sto preparando i cannoli per la cena di stasera. Vieni a sentire se la crema ti soddisfa, visto che oltre a ficcanasare sei anche pignola quando si parla di dolci». «Lo credo bene, mamma. Sono uno dei piaceri massimi della vita. Senza la dolcezza, come si vivrebbe? Oddio... in realtà c'è chi ama invece la tortura», e Marcella si affrettò a raggiungere la cucina da cui giungeva un profumino stuzzicante. «Hai saputo anche tu, vero? Povere donne, ancora così giovani», constatò la signora Randi, dopo aver visto il giornale fra le mani della figlia. «Paradisiaca... mamma, se non ci fossi, bisognerebbe inventarti. Questa crema è un vero sballo», ammise la giovane, leccandosi ben benino il dito indice con cui aveva preso un'abbondante quantità di crema alla ricotta. «Termino di leggere l'articolo e poi vado a vedere cos'è successo all'ultimo piano. Quell'urlo ha spaventato anche me». «Aspetta. Raccontami, invece, di quelle povere due ragazze. Ho sentito il telegiornale delle tredici, ma sono arrivata alla fine della notizia». «Dammi qualche secondo ancora, sono alle ultime righe», e subito dopo ripiegò il quotidiano e si rivolse alla madre: «Brutta storia, mamma. Pare che le due donne non si conoscessero, ma, secondo un primo parere del capo della Omicidi, le due avevano dei punti in comune, almeno forse per l'assassino». «E quali?» «Tutte e due dirigenti d'azienda, figlie uniche, bionde, molto alte e amanti del teatro». «E questo giustificherebbe un omicidio? Che tempi!» «Certo che no, mamma, ma l'assassino potrebbe essere un uomo fallito. Un uomo che ha visto nel successo di queste donne, una specie di beffa del destino nei suoi confronti. A che ora arrivano gli ospiti?» «Alle sei e mezzo. Mi raccomando prudenza. Non vorrei mai che quella donna avesse delle turbe psichiche». «Ma dai, mamma. Se Gervasi non è preoccupato, non dobbiamo esserlo nemmeno noi. Lo sai bene che il nostro portinaio oltre a essere un curiosone ha sempre paura quando arrivano nuovi inquilini. Non mi ha mai detto nulla e con me, sai bene anche questo, lui si confida spesso, più che con papà. Dai, ora fammi salire». 

3

Ultimo piano, davanti all'abitazione della signora Bonfanti

Prof.ssa Anna Maria Bonfanti, direttrice d'orchestra in pensione, insegnante di violino. Vedova Cav. Roberto Lonati. Marcella stava ridendo a crepapelle, come accadeva ogni qual volta vedeva targhette lunghe o altisonanti. Mamma mia, nemmeno la regina d'Inghilterra! Dopo qualche secondo si ricompose e suonò il campanello. «Chi è?», domandò la signora Bonfanti da dietro la porta. «Sono Marcella Randi, la figlia del commissario Vincenzo Randi del terzo piano e sono anche caposcala insieme alla signora Rigolli. Mi fa entrare, per favore?» La signora Bonfanti doveva certamente avere tre o quattro serrature, peggio di Fort Knox. Si udì un rumore di ferraglia, forse le svariate chiavi e poi la porta finalmente si aprì, ma con la catenella. «Non l'ho mai vista, signorina. Come faccio a sapere se dice la verità?» Oh... Mammamia, pensò la giovane. «Ha ragione, signora, e fa bene di questi tempi. Vuole che scenda giù e risalga col signor Gervasi che le confermerà la mia identità?» Con occhietti indagatori, la vecchietta la fissò per alcuni lunghi istanti, poi dovette pensare che forse poteva fidarsi. «Entri pure, non c'è bisogno».

4

Ultimo piano, in casa Bonfanti

Atteggiamento altero, andatura veloce. Una vecchietta pimpante, considerò Marcella dopo essere entrata, mentre la seguiva nel corridoio. «Signora Bonfanti, un'oretta fa l'ho sentita gridare e mi sono preoccupata. Si sente bene? Stavo leggendo il giornale e non ho fatto caso alle sue parole concitate. Le serve qualcosa?». Dopo aver menzionato il giornale, il volto dell'anziana signora divenne più bianco dell'immacolata camicetta che indossava. «Venga signorina, ho bisogno di bere ancora un po' d'acqua. Forse è la Divina Provvidenza che mi ha inviato lei. Mia nipote è viva per miracolo, quella scapestrata, solo grazie ai miei consigli, però. Pensi, ha rischiato di essere la terza vittima di quel brutale assassino. Ma dico io, come si deve comportare una donna giovane? E poi...» e il fiume di parole che fuoriuscivano dalla bocca della vecchietta non si sarebbe fermato se Marcella non fosse intervenuta. «La terza vittima? Si calmi signora, un momento. Ma di cosa sta parlando? Perché non ci sediamo e mi racconta tutto dal principio?» «Mia nipote conosce l'assassino, quello che ha mozzato i piedi a quelle due donne. Oggi, i giornali non parlano d'altro. E se non fosse stato per i miei insegnamenti, ora io sarei all'obitorio per il riconoscimento del cadavere» e si afflosciò sulla sedia con aria mista tra orrore, angoscia e rassegnazione. «Che tempi, signorina cara». Come faccio a calmarla? Vediamo... forse ho capito! «Signora, mi racconti prima di questi suoi insegnamenti e poi arriviamo all'uomo e a sua nipote». Marcella aveva colto nel segno. Come un palloncino che viene attaccato alla bombola di elio, la signora Bonfanti pian piano tirò un respiro e, pur rimanendo seduta, eresse la schiena e con aria fiera iniziò una lunga dissertazione sui principi che una giovane donna dovrebbe seguire per avere sempre gli uomini ai suoi piedi e capire anche di chi fidarsi. Però, furba la vecchietta, considerò più volte Marcella mentre ascoltava quel misto tra il manuale delle giovani marmotte e i dieci comandamenti. «Allora? Cosa ne pensa signorina? Io ho avuto tre mariti e ho sempre seguito questi precetti». Però, vivace la vecchietta, considerò Marcella, che avrebbe voluto rotolarsi dal ridere, ma dovendo assumere un certo contegno, si limitò a osservare: «Certo, signora Bonfanti, lei ha ragione ma non è facile essere sempre tutte d'un pezzo. Il comandamento numero cinque o sette, quello di non raccontare mai il proprio passato, beh... quello sì che lo si dovrebbe sempre tenere a mente. Soprattutto considerando che gli uomini non amano le donne dotate di cervello e che ragionano e si lamentano per episodi dolorosi avvenuti nel passato. Negli affari di cuore si sa... gli uomini la fanno sempre troppo facile. Però, cara signora, come si fa a non accettare mai un invito a cena al primo colpo? E se quest'uomo, sentendosi rifiutato, ci manda a quel paese e passa alla donna numero due della lista?». «Ottimo! Vuol dire che è un donnaiolo. Ha provato con una che poi depenna e passa alla seconda». «Oh, signora Bonfanti, ma sa che lei è proprio simpatica? Da quando sto preparando l'esame di Fisica non ho mai riso tanto. Non se la prende, vero? Anche perché penso che lei abbia proprio ragione. Vorrei però dirle che i tempi sono cambiati. Che numero è il comandamento che dice che se l'uomo non paga le cene dopo le prime volte, allora lo si deve mollare?». «L'ottavo o il nono. Sa... col tempo non ricordo più l'ordine di importanza» e finalmente l'anziana signora si mise a ridere di cuore. «Ecco, vede... oggi siamo tutti un po' squattrinati, con questa crisi economica. Soprattutto noi ragazzi. Come possiamo pretendere che il nostro cavaliere ci paghi sempre le cene?» E mentre le due donne stavano conversando come se fossero appena tornate da una festa di addio al nubilato, il cellulare di Marcella Randi squillò. «Marcella, sono le sei. Ma che fine hai fatto?» «... davvero? Arrivo subito, mamma». «Signora Bonfanti. Mi dispiace, stasera avremo ospiti a cena. Domani al ritorno dall'università parliamo seriamente di sua nipote e di quest'uomo. Magari ne ha uccise altre. Anzi, perché non fa venire qui sua nipote? Si potrebbero ricavare ulteriori informazioni, utili alla polizia». «Va bene signorina. Ci vediamo domani. Un'altra cosa ancora. Ma perché quando incontro gli altri condomini per le scale o in ascensore mi guardano sempre in modo strano?» E ora cosa le dico? Pensò Marcella mentre si stava avviando alla porta d'ingresso. «Nulla signora, ma se vuole anche di questo parleremo domani». «No, ora. Solo cinque minuti, per favore». «Ehm... dicono che lei spesso alza la voce a varie ore della giornata». «E per forza, con quella testa pazza di mia nipote! Sarà anche una manager, avrà anche un cervello fine per gli affari, ma con gli uomini, proprio no! Mi fa dannare. Ecco perché alzo spesso la voce. Mia figlia e mio genero sono morti da molto e sono io che ho dovuto fare da mamma a mia nipote fin da quando aveva tredici anni». «Capisco. Senta, come caposcala sono in buoni rapporti con gli altri condomini. Me la vedo io, con discrezione. Stia tranquilla».

5

Terzo piano, abitazione dei signori Randi. Tarda sera

Davvero una bella serata, cara. E poi i cannoli, che delizia...», commentò il signor Vincenzo Randi, sognando ancora la crema di ricotta dei dolci siciliani preparati dalla moglie. «Papà, hai cinque minuti prima di andare a dormire? Puoi venire in camera mia che ti devo parlare?». Per tutta la serata Marcella aveva rimuginato sul colloquio, non ancora terminato, con la vecchietta dell'ultimo piano. «No... non dirmi che stai ficcanasando in qualche altra storia», chiese preoccupato il commissario. «Papà. Mi ripeti sempre la stessa cosa. Sono tua figlia, no? Normale che parte del mio DNA abbia le tue stesse caratteristiche. Dai che ti aspetto». «Sputa il rospo», esordì il signor Randi chiudendo la porta dietro di sé. «Papi, ovviamente sei più informato di me in merito all'omicidio delle due giovani donne, anche se è il tuo collega a seguire il caso, da quello che ho letto sul giornale». «È vero, lo segue Gandolfi. Ma tu che c'entri?» «Non io, la signora dell'ultimo piano, o meglio... sua nipote». «Ecco... lo sapevo. Ti sei ficcata in un'altra delle tue avventure alla Tenente Colombo». «Sto parlando seriamente. Oggi, mentre salivo le scale...», e si mise a narrare i fatti del giorno. Al termine del racconto il commissario si piegò in due dalle risate. «Erano giorni che non ridevo così di gusto. Lo conosco bene quel decalogo, altro che sua invenzione. Mi sembra che per molti anni sia stato una specie di best seller in America. E ti dirò di più. Pare che alcuni scrittori abbiano composto dei romanzi gialli partendo da quelle dieci regole». «Ma tu guarda!», commentò Marcella. «Dovevi vedere quanto ne andava fiera». «Aspetta, così ridiamo un altro po'. Credo di ricordare alcuni di questi precetti». E Vincenzo Randi iniziò l'elenco dei dieci comandamenti. "Primo comandamento: Mai baciare un uomo alla prima uscita. E se non riuscite a trattenervi, almeno fatelo in modo veloce. Deve tornare a casa con un desiderio struggente. Secondo comandamento (credo...): Non entrate in intimità al primo incontro. Lo dovete far penare. Dovrà aspettare almeno una settimana. Vi deve desiderare da morire. E... Terzo comandamento: il giorno dopo non chiamatelo per nessun motivo. Deve essere lui a chiamarvi". «Ce ne sono ancora sette, ma ora non li ricordo più bene». «Un altro giorno te li dirò io, papà, visto che oggi la simpatica vecchietta me li ha spiattellati tutti, proprio come al catechismo quando dovevamo rispondere all'interrogazione. Però, ora, parliamo due secondi di questa nipote. Tu ne sapevi qualcosa?» «No. Eppure conosco tutti i dettagli. Gandolfi me ne ha parlato oggi a pranzo per avere un mio parere. Hai anche ragione nel ritenere che di cadaveri ce ne possano essere altri. Ma la ragazza avrebbe dovuto presentarsi da noi. Senti, domani parlale e convincila a venire in commissariato. Dille di non temere. L'uomo è in gattabuia ed ha anche confessato. Certo, quest'ultima notizia non è apparsa su giornali». «Visto che sono utile? Bene papi, ora ho sonno. Domani sera ne riparliamo». Ma poi aggiunse: «Il motivo?» «Di cosa?» «Perché avrebbe ammazzato quelle due donne?» «Non vuole rivelarlo. Potrebbe trattarsi solo, si fa per dire, di un uomo respinto dalle due donne. Erano davvero affascinanti e intelligenti, oltre che donne di successo. E con delle belle caviglie, ha sottolineato il nostro medico legale. Magari il macabro gesto di troncare i piedi e i mignoli, è stato una sorta di sfregio alla loro bellezza. Sai che molti uomini sono attratti dalle caviglie delle donne».

6

Ultimo piano, abitazione della signora Bonfanti. Il giorno dopo

Entri pure, signorina Randi. Ho appena fatto il caffè e mia nipote è qui. L'ho convinta a parlare con lei. È ancora scioccata e non sa se sia il caso, comunque, di andare alla polizia». «Dovrebbe andarci in ogni caso, signora. Ma che profumino! Ha fatto un dolce al limone?» «Sì, sì, Isabella ne va pazza», e le fece strada fino al salone. La stanza, ben arredata, odorava di stantio. Una bella ragazza, alta e dalla folta capigliatura bionda, stava accanto alla finestra con lo sguardo perso nel vuoto. Sfoggiava un elegante tailleur rosso fuoco. Un paio di belle gambe e piedi che calzavano un modello Chanel all'ultima moda. Appariva malinconica e sovrappensiero. Quasi sussultò nell'udire la voce della nonna. «Isabella, ti presento Marcella Randi. È la signorina di cui ti ho parlato. Ma prego, sedetevi. Io intanto preparo i piatti e porto tutto qui». Le due giovani donne si guardarono per qualche istante, poi Isabella andò incontro alla figlia del commissario. «Molto piacere, Isabella Castoldi». «Castoldi... Quella dei collant indistruttibili?» «Esatto. Sono la proprietaria e l'amministratore delegato». «Complimenti... ne ho un paio anch'io. Costosine, ma posso confermare che non si rompono mai. Mi è piaciuta la pubblicità dell'anno scorso, bella ed essenziale. Com'è che faceva? Collant Castoldi... la tua seconda pelle». «Guardi, il capo del marketing è sempre stato in gamba, ma ieri stavo per licenziarlo». Notando la faccia perplessa di Marcella, aggiunse: «Ne parliamo poi». «L'idea delle calze è stata sua?» «In parte. Un mio collega di università ebbe un'intuizione. Insieme abbiamo messo a punto la formula e quando potei usare il danaro lasciato dai miei, acquistai tutto il necessario. L'azienda va bene. Lui è il numero due. Non ha mai voluto comparire insieme al mio nome. Non ho mai capito perché. Comunque ora vorrei parlarle di Edoardo Casiraghi». «Vedo che vi siete già presentate e avete rotto il ghiaccio. Prima di parlare di quel delinquente, un po' di zucchero in corpo vi farà bene» e la signora Bonfanti posò sul tavolino un vassoio d'argento su cui facevano bella mostra tre tazze da caffè finemente decorate. Dopo qualche minuto di puri convenevoli, Marcella aprì il discorso. «Isabella, mi racconti tutto nei dettagli e non tralasci alcun particolare che potrebbe farci capire se quest'uomo può aver ucciso altre ragazze, oltre alle due già ritrovate». Quello che Marcella udì nei dieci minuti successivi, la lasciò di stucco. In parte si divertì nell'ascoltare quel buffo racconto dei mille amori della ragazza, ma dall'altra si chiese più volte come mai tante giovani donne possano essere così sciocche da lasciarsi abbindolare da veri e propri dongiovanni o sciupafemmine, come diceva nonna Randi. Marcella, al contrario, era sempre sul chi vive, sempre pronta nel comprendere, anche da un solo sguardo, le intenzioni del bullo di turno. «Sono viva per miracolo e devo tutto ai mitici dieci comandamenti di mia nonna. Sa, di uomini ne ho avuti tanti. Due giorni fa, di mattina, stavo scartabellando un catalogo americano su certi nuovi filati per calze e affini, quando Edoardo mi ha telefonato. "Ehi bella, ne avrò ancora per un bel po' con un cliente, noioso ma importante. Ti voglio portare a cena". Vede Marcella, ho riflettuto sui comandamenti della nonna e gli ho risposto "Mi spiace Edo, ma ho la cena al club del bridge. Non posso rifiutare. Ci si vede domani. Va bene?"». «E lui?», curiosò Marcella. «Ecco... La risposta, dopo che ho saputo del misfatto, leggendo i giornali, mi fa ancora tremare dalla paura. "Nessun problema, bellezza. Lasciami dire, però, che ti avevo preparato una seratina da lasciarti a bocca aperta". Proprio come forse hanno trovato quelle due povere ragazze, a bocca aperta nel vano tentativo di lanciare urla per essere soccorse. Non mi ci faccia pensare». Isabella si fermò un attimo, bevve un altro sorso di caffè e continuò. «Ma io in quel momento non sapevo nulla ed ero immensamente contenta di mettere in pratica gli insegnamenti della nonna. Infatti, con Edo tutto stava filando liscio e mi sentivo soddisfatta, non come era successo con tutti gli altri uomini del passato. Avevo conosciuto Edoardo a una cena organizzata dalla Confindustria. Amore a prima vista. Non l'ho baciato la prima sera. Ehm...», e guardò la nonna con un po' di imbarazzo. «L'ho fatto aspettare dieci giorni prima che ci fosse una certa intimità tra noi, lei capisce cosa intendo, vero? Pensi, Marcella, fino a prima di conoscerlo, non sono mai riuscita a mettere in pratica quei comandamenti. Con un paio di bastardi camuffati da bravi ragazzi mi sono lasciata andare subito e ho raccontato tutte le mie disgrazie di cuore fin da quando avevo sedici anni. Mai... mai fare più un errore del genere. E poi Roberto, l'ingegnere. L'ho baciato subito, ho dormito con lui la prima sera. Il giorno dopo l'ho chiamato e lui... scomparso». «Isabella, ma forse annoi la nostra ospite!», intervenne nonna Bonfanti, per nulla imbarazzata dal linguaggio aperto e diretto della nipote. «No, signora, per nulla. Anzi, mi piace conoscere le storie delle donne di successo. Prosegua pure, Isabella», esortò la giovane detective. «Ecco... poi quando ho conosciuto Edoardo, mi è sembrato di toccare il cielo con un dito. Per nulla arrogante, attento alle mie parole, allegro, e con una buona dose di intelligenza. Pensi... il giorno dopo lui mi ha chiamata. Un vero gentleman. Ha pagato sempre lui tutte le cene e la prima sera che siamo usciti insieme non ha insistito per baciarmi». «Mi spiace Isabella, chissà che colpo sarà stato per lei oggi», e Marcella decise di ascoltare la storia prima di interromperla per fare le domande a cui più teneva, per passare poi le informazioni al padre. «Eccome... ero in ufficio e ripensavo alle mie storie di cuore mentre il giornalista, alla tv, ancora non citava il nome dell'assassino, ma solo alcuni dati per tenere gli ascoltatori in tensione, proprio come lo ero io. Non può immaginare i brividi di paura quando sono state descritte le caratteristiche delle donne uccise. Io avrei potuto essere una di loro, avevo pensato mentre ascoltavo, ignara di ciò che avrei udito a breve. "L'assassino è un uomo ben istruito e piuttosto giovane. È un dirigente", diceva il cronista mentre io morivo dalla paura, immedesimandomi in quelle giovani sventurate. Pensi che per tirarmi su e per sentirmi felice di aver conosciuto il mio uomo ideale, mi era venuta in mente un'altra mia vecchia fiamma. Un architetto da strapazzo, un certo Alberto. La prima sera a cena aveva simulato di aver dimenticato il portafogli e la seconda e ultima volta che l'ho visto, la carta di credito era bloccata! Ho dovuto pagare io entrambe le volte. Il mio Edo è sempre stato un vero signore. Poi, cara Marcella, non le dico quando il giornalista, tenendo ancora sulle corde tutti gli spettatori, ha passato in rassegna la peggiore feccia tra i serial killer italiani e stranieri. Che facce! Allora lì per lì mi sono rincuorata ancora una volta pensando a quanto fossi fortunata col mio Edo». La giovane donna si fermò. Tirò un sospiro, bevve un altro sorso di caffè e continuò. «Quando poi il cronista finalmente si è deciso a fare il nome e il cognome, beh... sono svenuta. Meno male che nel cadere ho tirato con me un vassoio con le tazzine che, nel toccare il pavimento, ha fatto un fracasso tale da destare la curiosità della mia segretaria». E qui si fermò di nuovo come se stesse per svenire ancora. «Si sente bene, Isabella?», chiese preoccupata Marcella nel vedere il volto sbiancato della manager. «Sì, è che sto per arrivare al punto cruciale e mi creda, non mi sono mai sentita così presa in giro nella mia vita come ieri». «Posso immaginare, ma la prego, continui pure». «Allora... quando mi sono ripresa, c'era vicino a me il capo del marketing, Gilberto Vinci, anche lui un mio caro amico di università. Non ci nascondiamo nulla. Io so tutto di lui e lui tutto di me. "Isabella, ma che ti ha preso? Non ti ho mai vista in questo stato", mi dice Gilberto. Lo conosco, ci sto uscendo insieme... non facevo altro che ripetere sbigottita. Magari avrebbe ucciso anche me, lo capisci, Gilberto? Gli ho ripetuto più volte. Qualche minuto dopo, l'ho visto pensieroso e poi quando mi ha comunicato l'idea che aveva avuto, stavo per svenire di nuovo per quello che le mie orecchie avevano sentito dal mio capo del marketing. Lo stavo per licenziare». «Ora mi incuriosisce, Isabella. Ma cosa le ha detto?». Quando Marcella Randi tornò a casa sua, non riusciva ancora a credere a tutto quello che aveva udito all'ultimo piano del suo palazzo. «Mamma ho fame, quando si mangia? Roba da non crederci». «A cosa ti riferisci?» «Aspettiamo papà. Ti spiace?»

7

Terzo piano, abitazione dei signori Randi. Ora di cena

Incredibile, papà. Per un verso, come avrebbe detto il grande Totò, mi sono scompisciata dal ridere. Certo, non l'ho dato a vedere, ma quella donna potrebbe calcare le scene di una commedia per l'abilità teatrale nel descrivere i suoi mille amori. E comunque pare non abbia ulteriori dettagli da fornire. Non ricorda nulla che possa farci presumere che di cadaveri ve ne siano altri e, se sì, chissà dove». «Dai Marcella, la vita sa essere cinica e feroce. Ora, però, facci ridere un po'». E Marcella, quasi fosse un cantastorie medievale, si mise a raccontare dei mille amori di Isabella Castoldi, calcando la dose sugli aspetti più piccanti. «E poi papà, quando ci siamo salutate, lei ha voluto accompagnarmi fino qui al nostro piano». «Qualche segreto da nascondere alla nonna?». Chiese mamma Randi. «Proprio così, mamma. È vero che i dieci comandamenti le hanno salvato la vita, ma il suo Edo, oltre a essere un feroce assassino, era sì un uomo di prestigio... "Ma che noia di individuo, alla fin fine... No, ritorno ai miei principi. Basta con gli insegnamenti della nonna", mi ha confessato a bassa voce. Ci siamo messe a ridere che stavo soffocando. Mi ha persino invitata alla festa del suo compleanno, il mese prossimo». «E la storia della trovata pubblicitaria? Mi sono assentato un attimo e l'hai raccontata alla mamma. Non merito anch'io di ascoltarla?» «Papà ora senti... Anch'io avrei licenziato il capo del marketing»». E gli raccontò del raccapricciante slogan pubblicitario. «Noooo... ma davvero? Meriterebbe la galera anche lui!».

"Collant Castoldi. Indistruttibili... A prova di serial killer!"

Racconto lungo di 
Paolo Romboni

 Bianca, Lucy e il Nero

Otto. Otto enormi e meravigliosi tordelli fumanti, ricoperti di sugo di carne e pomodoro. Questo è il numero preciso di tordelli che servono nel più famoso ristorante lucchese, non uno di più non uno di meno. Il ristorante Puccini si trova esattamente in via Francesco Carrara vicino a Porta San Pietro. Il locale, situato al pian terreno di un palazzo ultracentenario, di una bellezza stupefacente già a vederlo esternamente con le sue vetrate alte più di cinque metri incastonate in legno di castagno cesellato a mano, dalla quale si può ammirare tutto il suo interno, nel suo splendore. Un luogo che ti riporta indietro nel tempo a meta del 1800. Dedicato alla figura di Giacomo Puccini, il famoso compositore, il ristorante, arredato in stile liberty, è un luogo di gran classe con uno dei migliori Chef a livello mondiale Davide Gadda, Viareggino di nascita è da oltre trent'anni il padrone assoluto della cucina nonché del ristorante. Specializzato nella pasta fresca fatta a mano, ha come punta di diamante i suoi famosi Tordelli alla Lucchese. La ricetta di questo fantastico piatto è stata tramandata dalla sua famiglia da generazione in generazione. La ricetta del ripieno dei tordelli e del sugo non è stata mai trascritta su carta, il segreto resta chiuso dentro la testa dello Chef che tramanderà al figlio, e così via.

Il ristorante ha sessanta coperti, non uno di più non uno di meno. I tavolini sono esclusivamente da due posti o da quattro. Nonostante il Puccini sia decisamente il più costoso di Lucca ( un piatto di Tordelli ad esempio viene a costare 45 euro a porzione) per prenotare un tavolo bisogna telefonare almeno un mese prima, qualunque sia il periodo dell'anno. I commensali sono accompagnati costantemente da musica classica, rigorosamente suonata dal vivo da un maestro al pianoforte a corde e da un violinista, situati al centro della grande sala affrescata. Tutt'intorno i tavoli ricoperti con tovaglie di lino bianco e fiori freschi. Ogni cameriere ha in carico tre tavoli al massimo, per rendere il servizio il più veloce e preciso possibile. Il Menù è composto di pochissime portate. Spicca la pasta fresca e la carne, niente pesce e la scelta dei vini è ridotta ad una decina delle migliori case vinicole di tutta la toscana. Naturalmente i vini sono serviti da un famoso Sommelier a livello italiano.

Ad ogni parete sono appesi quadri raffiguranti Giacomo Puccini e alcuni dei suoi oggetti come pagine di musica o addirittura oggetti a lui appartenuti come il bastone da passeggio e un suo gilet, sono custoditi in apposite bacheche. Una parete è interamente ricoperta da foto con dedica di attori che hanno interpretato Puccini in vari film, come Gabriele Ferzetti nel film "Puccini" del 1953 o Alberto Lionello che lo interpretò nel 1973, o il più recente Massimo Ghini diretto dal famoso regista pistoiese Mauro Bolognini, Alessio Boni nel film per la Rai del 2009.

Molte foto ritraggono Davide Gadda assieme a Vip che hanno avuto il piacere di assaggiare l'ottima cucina e la gradevole ospitalità offerta da questo stupendo luogo.  

" Eccoti qua, brutto figlio di puttana! "

L'uomo e la donna entrano nel ristorante. Il caposala, dopo aver controllato l'agenda, chiama un

cameriere con un gesto e li fa accompagnare al loro tavolo.

" Ma bravo, ti sei fatto dare il solito tavolo, quello dove ci sedevamo sempre io e te. E ora ci porti quella

troia da due soldi. Certo a te basta che siano belle, un altro pezzo di carne da portare a letto e farci i tuoi

porci comodi. Povera ragazza mi fai solo pena, se solo sapessi davvero chi è Giacomo Parlanti? O meglio

IL NERO come vieni chiamato nel giro. Che gran bastardo che sei. E pensare che mi ero data tutta me

stessa. Sono arrivata persino ad amarti. Mi sono quasi annientata per te. Bianca. Bianca non esiste nessun

altra come te. Il solo sentire pronunciare il mio nome dalla tua bocca, con le fossette agli angoli che si

formavano ogni volta che scandivi la lettera A, mi facevano fremere di desiderio. Il desiderio di te, della

tua bocca da baciare, il desiderio di un tuo abbraccio, il desiderio del tuo corpo. Ricordi? Non importava

dove ci trovavamo, quando ci prendeva voglia di fare all'amore, eravamo pronti a farlo seduta stante.

Ricordo quella volta a Viareggio. Era una domenica di maggio, il sole splendeva forte di calore e di luce.

Mentre passeggiavamo sulla spiaggia, assaporando la purezza di quell'aria salata che veniva dal mare

leggermente agitato. Ad un certo punto mi prendesti il viso con entrambe le mani e guardandomi dritto,

con quei tuoi occhi neri e penetranti, mi sussurrasti che avresti voluto prendermi li in piedi, non curante

del pescatore a poche decine di metri da noi, o a quella coppia di ragazzini intenti a raccogliere

conchiglie. Dopo pochi minuti eravamo mezzi nudi tra le cabine di un bagno ancora chiuso. Con i nostri

corpi vogliosi che godevano ancora di più nella paura di essere visti. Quella fu una delle volte più belle.

Eh, si! IL NERO, oltre ad essere il migliore nel suo lavoro è anche un ottimo amante. E io ci sono cascata

con tutte le scarpe, nella sottile trama della sua tela appiccicosa, lasciando che divorasse anche la più

piccola parte d'amore che il mio cuore ha saputo dargli. Ora è toccato a te puttanella dalle tette grosse,

cadere nella tela di questo viscido ragno. Perché lui è solo un schifoso manipolatore, come lo è nel suo lavoro crudele e spietato."

Il cameriere porta loro i menù e dopo aver fatto un inchino si avvicina al tavolo accanto, tira fuori un blocchetto delle comande e raccoglie gli ordini dei quattro uomini seduti.

Da come sono vestiti devono essere stranieri. Uno di loro, il grassone con il sigaro spento tra le dita, agita le braccia e sembra che voglia per forza essere al centro dell'attenzione. Infatti ha attirato anche quella di Giacomo che guardandolo sorride a denti stretti.

Bianca conosce quel sorriso, lo tira fuori quando è nervoso o quando è in procinto di svolgere il suo lavoro. La ragazza seduta con lui, cerca di distrarlo accarezzandoli la mano e passandoli un pezzo di mozzarella stringendola fra le dita. Lui la guarda dritta negli occhi e alzando le spalle apre la bocca. Afferra il boccone stringendo per qualche istante le due dita tra le labbra,

lei si scuote in un brivido ed abbassa gli occhi arrossendo.

Bianca non li perde d'occhio un solo istante, sicura di non aver fatto notare la sua presenza.

" Guarda come è arrossita la puttanella. Scommetto che gli si è già acceso un fuoco in mezzo alle gambe. Sei bravo, sei sempre stato bravo. Lo eri anche con me. Sai sono qui con la mia amica, caro Giacomo. È così ansiosa di conoscerti che non sta più nella pelle. Gli ho parlato spesso di te negli ultimi tempi. Anche lei non approva il fatto che tu mi abbia lasciata per un altra, e vorrebbe tanto dirtene quattro. Siamo entrambe incazzate e non ti puoi neanche immaginare quanto. Sai lei è la mia amica del cuore e non mi tradirà mai. Si chiama Lucy e tra poco te la presenterò. Sai Lucy è un tipo molto freddo, anzi oserei dire gelido. Tutte e due ti osserviamo molto da vicino. Non ti puoi immaginare quanto vicino. No non ti preoccupare non ci puoi vedere da questa posizione. È davvero impossibile che tu ci veda. Sai per l'occasione ho messo il vestito rosso quello che ti piaceva tanto. Come sei sexi con questo vestito, mi dicevi sempre. E volevi che lo indossassi ogni volta che venivamo qui a Lucca, dove ci siamo conosciuti la prima volta proprio di fronte al ristorante. Era il 5 dicembre di due anni fa. Io ero appena tornata da un lavoretto, avevo appena lasciato la mia amica Lucy nella camera d'albergo dove alloggiavo. Dopo una lunga passeggiata sulle mura mi ero seduta su una panchina intenta a leggere un libro. Ero talmente presa nella lettura che non mi accorsi neanche che ti eri seduto accanto. Attaccasti bottone chiedendomi che libro stessi leggendo. Alzai lo sguardo e ti vidi. Eri bello da togliere il fiato. Rimasi affascinata dai tuoi occhi neri e penetranti e non so come mi ritrovai la sera stessa con te, sotto le lenzuola di un letto matrimoniale nella tua stanza d'albergo. Sei sempre stato bravo con le parole devo ammetterlo.

Solo dopo un po' di tempo scoprimmo che facevamo lo stesso mestiere. Una stranissima coincidenza, dicesti. Anche se io a quella coincidenza non ci ho mai creduto. Per tutti nel giro sei tu il numero uno nel tuo lavoro. Preciso, di parola, lo hai sempre portato a termine senza sbavature e nei tempi stabiliti. Unico tuo difetto: le donne. Prima o poi ti porteranno alla rovina vecchio mio e prima di quanto tu possa immaginare. Guardalo Lucy, guarda come tiene la mano a quella puttanella e se i miei occhi non mi ingannano, e non mi ingannano, il diamante che tiene al dito è di almeno due carati. Ma lo sai Lucy che ci vorranno almeno 30.000 euro per un anello così?

Lo so lo so, non me ne deve fregare un cazzo tanto quello mi ha mollato , certo. Ma a me non ha mai regalato un anello come quello. Anche da questo si vede come non gliene mai fregato niente di me. Ecco gli hanno portato gli antipasti: si direbbe prosciutto di Parma e mozzarella di bufala. Si, non mi sbaglio. Gli affettati sono ottimi ed anche la mozzarella se la fanno portare direttamente da Napoli ogni due giorni. Come so queste cose, dici? Il cameriere è così ben addestrato a descrivere le pietanze, che è un piacere ascoltarlo. E sono tutti professionali i dipendenti, il meglio che ci si possa aspettare. Anche se il mio preferito è Giulio il figlio del proprietario. Si vede che ci mette passione nel suo lavoro, il padre lo sta tirando su bene.

Una volta ci raccontò che dopo avergli fatto fare la scuola alberghiera, suo padre, lo mandò a lavorare assieme ad altri cuochi suoi amici. Nel giro di qualche anno si era fatto esperienza nei locali più affermati di tutta la toscana. Adesso lo tiene sotto la sua ala e ne è veramente orgoglioso. Si, è anche un bel ragazzo Lucy, ma a te non lo presento. Sei decisamente cattivella e quel ragazzo merita sicuramente una ragazza meno gelida di te. Tu non hai certo cuore, cara Lucy."

Il locale è ormai pieno, come sempre. Il piano ed il violino suonano in mezzo al mormorio della gente che si gusta i prelibati piatti dello Chef Gadda. Ogni tanto esce dalla sua cucina per andare a salutare i clienti. Si vede anche da questo che tiene molto al suo ristorante. Il cliente è sacro per lui.

Cosa sarebbe il ristorante senza clienti? E un teatro senza gli attori? E un Carnevale senza maschere? Il cliente è il cuore del ristorante è quello che lo rende vivo, pulsante. Senza, sarebbe solo un involucro senza anima, un inutile luogo privo di vita.

" Ecco Lucy, stanno portando i primi scommetto........? Lo sapevo, non occorreva neanche che scommettessi. Tordelli lucchesi. Ci avrei giurato che avrebbe ordinato quelli. Li dovresti sentire Lucy. Come li fa il Gadda non li fa nessuno. Otto tordelli cosi grandi che fai fatica a finirli. Ogni boccone ti manda in estasi. Il ripieno è favoloso e il sugo poi. Insieme a Giacomo bene o male abbiamo assaggiato tutto il menù, ma i tordelli sono la cosa più buona in assoluto. Si, qualche volta li abbiamo mangiati anche ad Altopascio all'Osteria di Piero, un altro posto molto stimato. O dal Gambero Rosso in passeggiata a Viareggio, anche li molto buoni. Ma i Tordelli dello Chef Gadda hanno una marcia in più. Sicuramente ci mette qualche ingrediente segreto, che, come lui stesso ha sempre detto, non svelerà mai a nessun cliente. Ok, d'accordo! Io e la mia Lucy aspetteremo che tu abbia finito l'ultimo tordello e poi saremo pronte a dirtene quattro. Quel tipo con il sigaro continua ad essere al centro dell'attenzione e da come lo guardi, credo proprio che centri qualcosa con il tuo lavoro. Anzi ne sono certa. Mi sembri più concentrato sui movimenti del grassone che sulle grosse tette della tipa che ti sta davanti. Chissà quante volte te la sei scopata la troietta. E dimmi è più brava lei o io. Hai ragione Lucy, la devo smettere con queste stronzate. D'ora in poi penserò solo al lavoro. Niente più amore. Quando mi verrà la voglia me la toglierò con il primo pezzo di manzo che mi capita a tiro e ciao, a non più arrivederci e avanti un altro. Voglio diventare come te Lucy, più gelida di un blocco di ghiaccio. Cosa mi manca in fondo? Ho un buon lavoro che mi consente di fare la bella vita. Viaggio sempre in giro per il mondo e non ho da rendere conto a nessuno. Essere orfana ha anche dei lati positivi. Non dico che non abbia sofferto, la mia adolescenza è stata segnata sicuramente. Al diciottesimo anno di età, quelli dell'orfanotrofio, dato che non erano riusciti a trovarmi dei genitori per darmi in affidamento, mi trovarono un lavoro a Firenze come donna delle pulizie in una rinomata pasticceria. Mi trovarono anche un piccolo appartamento dove dividevo l'affitto con altre due ragazze pressappoco della mia età. E fu proprio una di queste che mi fece conoscere Dario. Dario capì subito che ero portata per fare questo lavoro è lui che mi ha insegnato tutto quello che so. Per me è stato come un padre e dopo la sua morte sono riuscita a camminare con le mie gambe. Adesso che ho trent'anni gestisco la mia vita come più mi piace, e poi essere il capo di me stessa è veramente una figata. E bravo Giacomo sei al secondo tordello, te ne mancano ancora sei, goditeli fino all'ultimo boccone perché dopo che io e Lucy ti avremo sistemato non credo che avrai più modo di assaporare quella delizia. No non ti preoccupare tette grosse non ce la prenderemo anche con te, al posto tuo ci poteva essere un'altra. A me non frega niente se te lo sei scopato, tanto lo so che per lui sei solo una delle tante. Il NERO pensa solo a se stesso, lo ha sempre fatto. Ti fa credere di amarti ma in realtà ama solo se stesso, il bastardo. Bene sei al quinto tordello. Buoni è? Lo vedo da come socchiudi i tuoi splendidi occhi neri, da come passi la lingua tra le tue labbra carnose. Tetto grosse invece ha mangiato solo un tordello. Non ti toglie un secondo gli occhi di dosso. Si vede che sta pensando solo a quello che ti farà in albergo, o magari in macchina dopo la cena. Mi spiace tanto tette grosse ma Bianca è qui stasera per romperti le uova nel paniere. Non credo proprio che avrai la possibilità di spassartela con lui dopo che io e Lucy ce lo saremo cucinato a dovere. No non ti preoccupare non sono una da scenate plateali, sarò molto più diretta, credimi.

Ecco sei arrivato al capolinea ti resta solo un tordello nel piatto. Mangialo Giacomo, non ti distrarre. Il grassone non è andato da nessuna parte è ancora li al suo tavolo a ridere e a strafogarsi con gli antipasti. Si. Bravo mettilo in bocca assaporane il sugo, la pasta il ripieno speziato. Si eccomi Giacomo io e la mia amica Lucy stiamo arrivando. Ti giuro sarà l'ultima volta che avrai a che fare con me. Lo sai sono brava nel mio lavoro."

Un fragoroso rumore di vetri rotti spezza la magia della musica. Le mani dei due musicisti si bloccano volgendo lo sguardo verso uno dei finestroni, che si frantuma in mille pezzi schizzando vetri dappertutto. La gente si alza dai tavoli impaurita. Tutti si guardano intorno non capendo bene cosa stia succedendo. Anche i camerieri rimangono in piedi impietriti. Dalla cucina lo chef Gadda si precipita nel salone assieme ai suoi assistenti. Anche tette grosse in un primo momento guarda verso la vetrata. Poi rivolge lo sguardo verso Giacomo in procinto di dire qualcosa. Ma i suoi occhi si spalancano in uno espressione di terrore e dalla sua bocca esce un urlo agghiacciante, che riecheggia in tutto il ristorante. Giacomo ha il cranio spappolato e gli schizzi di sangue e piccoli frammenti di materia celebrale sono sparsi ovunque, anche sulle sue belle tette.

" Il Castello di Porta San Pietro sarà pure bello, ma il tetto è decisamente scomodo." Bianca toglie l'occhio dal mirino telescopico ed appoggia la guancia contro le fredde tegole." Ecco è tutto finito Lucy. Trecento metri di distanza, una precisione al millimetro. Non mi deludi mai Lucy amica mia. Tra i fucili di precisione l'M 40 è sicuramente il più affidabile. Come dici? Avrei dovuto mirare al cuore? Ma quale cuore? Il NERO un cuore non l'ha mai avuto. Caro il mio Giacomo il lavoro è lavoro. E poi quale miglior modo per vendicarmi di avermi spezzato il cuore. Adesso sono io la migliore, la numero uno. Adesso potrò alzare anche la posta dei miei servigi di Killer a pagamento. E te caro il mio grassone per questa volta l'hai scampata. Ma chissà che tu non sia tra i miei prossimi clienti."

MI DISPIACE DI MORIRE, MA SON CONTENTO.

Ecco si, quello sono io. Si proprio quello li che vedete morto stecchito, con la faccia affondata in quel bel piatto di fusilli alla contadina ancora fumanti. Devo dire che non è certo un bello spettacolo da vedere e poi ho sempre odiato avere la faccia sporca di sugo, ma d'altra parte non ho potuto evitare di finire con il viso nel piatto, dopo aver ingerito una dose così massiccia di cianuro di potassio, la mia morte è arrivata talmente veloce che non ho avuto il tempo di scansarlo. E adesso eccomi li, morto stecchito. Vi ricordate di quella vecchia pubblicità dell'insetticida Raid, ecco appunto. U-GU-A-LE!

A dire il vero avrei preferito proprio evitarlo questo mio trapasso, specialmente perché ho dovuto lasciare la mia splendida famiglia, comunque non sono morto invano, una certa soddisfazione me la sono levata. Vi sto confondendo vero?

Forse è meglio che vi racconti tutto dall'inizio.

La mia morte è arrivata in uno dei peggiori periodi della mia vita, ma adesso si che mi sento veramente felice. Vi sto continuando a confondere, scusate i miei discorsi scombinati, ma è da poco che ho abbandonato il mio corpo e mi ci devo ancora abituare.

Ricominciamo.

Ho 34 anni e fino a poco tempo fa ho passato momenti davvero meravigliosi insieme a mia moglie Caterina ed i miei due angeli Fiammetta di 8 anni e Alessia di 12.

Ah scusate, non mi sono ancora presentato. Io "il morto" mi chiamo Mario.

Vivevo, quando ancora ero vivo appunto,in un piccolo appartamento lasciatomi in eredità da mio nonno Fulvio, nella zona di Capostrada ai piedi delle colline Pistoiesi. Lavoravo per una famosa Casa Editrice di Milano la Futurcomics, come disegnatore di fumetti. Con il tempo riuscii a creare un personaggio che da li a poco sarebbe diventato uno dei più seguiti in Italia e non solo; era stato distribuito anche per il mercato Francese, Spagnolo e Tedesco.

La protagonista, Jennifer Diaz era un eroina dalle curve mozzafiato ed il viso da Pin Up. Una vera Dark Lady con la pistola, strizzata in una tutina di lattice nero. Ambientazione futuristica con storie piene di morti ammazzati. D'altronde questo richiedevano gli accaniti lettori ed io gli accontentavo.

Ma ci pensate quanto varranno i miei fumetti adesso che non ci sono più?

Scusate sto divagando ancora.

La mia vita era tranquilla, insieme alla mia famiglia, i miei pochi ma buoni amici e cosa importantissima stavo a decine di chilometri dai miei suoceri, unici parenti di mia moglie. Negli ultimi tempi cominciai ad accusare dolori allo stomaco, ma non dissi niente a Caterina per non farla preoccupare. Contattai in gran segreto uno specialista di mia conoscenza il quale mi fece fare subito una serie di esami. Da li a poco la mia vita"tranquilla"smise di esserlo dopo che il padre di mia moglie passò a miglior vita. Come mai si dice miglior vita poi? Sarebbe meglio dire miglior morte, anche se non vedo cosa ci sia di migliore nell'essere morto, appena ne trovo uno glielo chiedo. Poveraccio, aveva appena 60 anni e poi era anche una bella persona, al contrario di mia suocera. Ecco, a tal proposito consentitemi di spendere un po' di parole.

Mia suocera. Ursula. Il nome è tutto un programma. Avete presente la cattiva del film La Sirenetta? Si quello a cartoni animati, ecco oltre al carattere anche la stazza è uguale, centoventi chili di cattiveria assoluta. Le suocere delle barzellette della Settimana Enigmistica sono delle sante a confronto.

Mi ha sempre odiato, fin da quando ero ancora fidanzato con Caterina. Ad un certo punto della tua vita trovi sempre il tuo antagonista; per alcuni è il suo capoufficio, per altri il più bravo della classe, il bambino più cattivo della scuola che ti perseguita ogni giorno per fregarti la merenda. A me era toccata mia suocera, io ero Spider Man e lei Goblin, il mio peggior nemico. La guerra stava per iniziare, anzi la guerra iniziò quel giorno che mia moglie venne a pregarmi perché ripigliassimo sua madre in casa nostra."Ti prego caro,è rimasta sola ha bisogno di una mano, non ce la fa a pagare l'affitto di casa e poi è pur sempre mia madre"Me li scassò insistendo per 3 giorni, al quarto dovetti cedere e la mia tranquillità rotolò via con i miei coglioni.

La sistemammo nell'unica stanza libera -libera per modo di dire- quello che da sempre era stato il mio studio, la mia piccola oasi, il mio paradiso. Ed ora chi ci abitava? Il Diavolo in persona.

I primi tempi non rompeva molto, passava tanto tempo in camera sua alla televisione. Metterli il televisore in camera fu un' idea geniale, lei guardava le sue telenovela e tutti i suoi amati programmi sulla cucina, quindi l'avevo meno tra le palle.

Però quella calma apparente durò solo poche settimane, il tempo di farsi benvolere un po' da tutti. Anche i Fedi si era fatta amici. Si i Fedi, boni quelli. Il nostro appartamento confinava con il loro e le terrazze pure. Io e Caterina li chiamavamo il Gazzettino Toscano o meglio Novella 2000. Erano sempre a sparlare di quello e di quell'altro, sul loro terrazzino a giocare a Burraco con altri pezzi da museo come loro. I Ferretti, ve li raccomando anche quelli. Ma poi come facessero a sapere sempre di tutti e di tutto quello che succedeva a Pistoia , se non uscivano quasi mai di casa. Ma!Misteri della vita.

Insomma mia suocera stava studiando il terreno per meglio attaccarmi al momento giusto. Ed io in agguato attendendo la sua prossima mossa.

Sapevo che stava tramando qualcosa, con i suoi grassosi tentacoli mi avrebbe attaccato al collo aspettando un mio momento di distrazione.

Per la gola mi ci stava prendendo davvero, odiavo tutto di mia suocera ma non il fatto che era una cuoca fantastica, aveva trovato il mio punto debole. Ormai cucinava quasi sempre lei, anche perché sua figlia non aveva certo preso da lei in fatto di cucina. C'era un piatto che realizzava in maniera eccellente, i fusilli alla contadina. Fusilli cotti al dente con un sughetto di pancetta,cipolline e piselli soffritti con una dose sostanziosa di burro. Un piatto semplice che ogni volta mi mandava in estasi e questo indeboliva a poco a poco la mia guardia. Ben presto riuscì ad impadronirsi della mia vita, tutti pendevano dalle sue labbra, mia moglie e pure le bambine erano ormai sue prede. Ursula, la grassona, con i suoi tentacoli aveva preso campo più della Piovra del Commissario Cattani. Ogni giorno che passava i miei dolori si facevano sempre più insistenti e finalmente arrivarono le analisi che il mio amico mi recapitò via e-mail. Il giorno seguente morì in uno spaventoso incidente stradale sulla Firenze-Mare. Rimasi molto addolorato dall'accaduto. Fui informato di questa notizia dai signori Fedi, come facessero a sapere che io lo conoscevo lo sa solo Dio. Un giorno, tornando da lavoro, raccontai a Caterina di come mi ero fatto fregare da sotto il naso il computer portatile, mi dette del bischero ma carinamente me ne fece trovare uno nuovo sulla mia scrivania la sera stessa.

Ed eccoci arrivati al giorno della mia morte, una bella domenica settembrina.

Convinsi mia moglie a portare la bambine al cinema a vedere l'ennesimo film d'animazione della Pixar", Madagascar terzo o quarto,oramai avevo perso il conto, con la scusa che avevo un po' di lavoro arretrato da sbrigare. Le promisi che avrei fatto il bravo con sua madre e abbracciai forte le bambine, come fosse stata l'ultima volta che lo facevo. E ahimè lo sarebbe stata davvero.

Tutto il pomeriggio avevo fatto il carino con Ursula, lei ne era molto compiaciuta e pensava ormai di avermi in pugno. Cucinò i fusilli alla contadina solo per me, lei si preparò 6 uova fritte con pancetta e mi si sedette davanti affondando il suo enorme sedere su due seggiole, una chiappa per seggiola. La ringraziai per i fusilli e dopo un attimo di esitazione affondai la forchetta nel piatto e mandai giù il primo boccone, poi il secondo, al terzo ero già con la faccia immersa nel piatto ancora fumante di fusilli al cianuro.

Andato, trapassato, defunto. Insomma morto stecchito.

Dovevate vedere la faccia di mia suocera mentre telefonava all'ospedale.

Leggo già i titoli sui giornali"Suocera uccide il genero con un piatto di fusilli al cianuro".

E secondo voi io sarei stato tanto stupido da farmi ammazzare da mia suocera?

Torniamo un po' indietro nel tempo.

Ricordate i miei forti dolori allo stomaco? Cancro incurabile, il medico mi garantì solo pochi giorni di vita, 2 settimane al massimo. Ero fuori di me e non sapevo come dirlo alla mia famiglia, passai la notte a piangere come un bambino, da li a poco Ursula si sarebbe ripresa sua figlia e con lei, le mie due bambine. Non glielo potevo permettere.

Dopo la morte del mio amico dottore, mi fu tutto chiaro , dovevo sfruttare al meglio la mia morte.

Se dovevo morire, perché non farlo con uno scopo. Cercai via internet un veleno che uccidesse nel minor tempo possibile, non volevo certo soffrire. Il cianuro di Potassio faceva al caso mio preso in dose massiccia la morte sarebbe avvenuta in meno di cinque secondi. Su E-Bay è stato facile comprarlo e mi è stato recapitato direttamente alle poste come pacco contenente fumetti. Il computer l'ho distrutto ed è in fondo ad un fiume. Le analisi le ho bruciate ed il dottore non potrà certo dire nulla, pace all'anima sua. Si ho preso una bella pillola al cianuro, un attimo prima di mangiare i fusilli.

Quale morte migliore avei potuto desiderare. Mia suocera marcirà in galera e mia moglie riscuoterà la mia assicurazione sulla vita.

Mi dispiace di morire ma son contento.

"La vita é un segreto che il morente porta con se"

Soren Kierkegaard


UN CASO SEMPLICE PER IL MARESCIALLO SANTACHIARA 

Il Maresciallo Antonio Santachiara, finita la sua pinta di birra scura, uscì dal Pub Sherlock Holmes e imboccò di buon passo il lungo viale deserto, dirigendosi finalmente verso casa. Si sentiva particolarmente stanco, ma non era una stanchezza fisica. Era più a livello mentale. Ultimamente le cose con la sua compagna non andavano molto bene e la morte di suo padre, dopo una lunga malattia, aveva spezzato un legame forte. Sentiva come se gli avessero tagliato un braccio. Vedeva le sue certezze sgretolarsi, fino a diventare sabbia portata via dal vento dell'impotenza. Mille pensieri li deformavano la ragione. Ad un tratto si fermò "Basta!" esclamò a voce alta. Si guardò attorno per vedere se qualcuno avesse sentito. Sorrise e riprese a camminare. "E' così che la preferisco," pensava, cercando di sistemarsi il bavero del lungo cappotto nero, per riparare il collo dal vento gelido e pungente."Pistoia di notte è stupenda. E' come guardare una bella donna in vestaglia sopra un letto di seta." Passò Via Roma e mentre attraversava Piazza Duomo, si soffermò per qualche istante ad ammirare il Campanile. Ne era stato sempre affascinato. Sin da quando era bambino, se lo immaginava come un lungo missile da poter pilotare per esplorare mondi lontani. E questa fantasia non lo aveva mai abbandonato, anche adesso che era adulto. Era una piccola debolezza che teneva nel cuore. Era sicuro che prima o poi sarebbe decollato tra il frastuono delle campane. La Luna piena galleggiava in un mare di cielo disseminato di piccole stelle scintillanti. Un rumore distolse le sue fantasie ed il suo sguardo. Sotto le logge del Comune, un barbone disteso a terra, sopra un letto di cartoni, brontolava qualcosa di indecifrabile, sia per la bocca impastata da chissà quale intruglio alcolico, sia per un francese strascicato e mescolato ad un italiano di pessima fattura. In quel contesto, anche quello straccio d'uomo gli sembrò poetico. Il vento gli ricordò il freddo bastardo. Si strinse sulle spalle ed in pochi secondi imboccò Via degli Orafi, puntando verso casa. Un uomo, col viso coperto da una sciarpa grigia, correndo, lo urtò energicamente facendoli perdere il passo. Un attimo e non lo vide più. Lo squillo del cellulare lo fece sobbalzare. "Dannati telefonini"sbottò, frugando nelle tasche alla ricerca del maledetto aggeggio. Trovatolo, pigiò energicamente la cornetta e avvicinandolo all'orecchio gelato, urlò."Chiunque tu sia, dammi un buon motivo per non mandarti affanculo". Dall'altra parte, dopo qualche istante di silenzio, con voce balbettante."Maresciallo Santachiara, mi scusi per l'ora, ma è successa una cosa molto grave"."Ah è lei Sorrentino, mi dica ma faccia alla svelta che sono quasi le undici, ho un sonno boia e a casa ho il gatto, sicuramente incazzato nero, che mi aspetta per la cena".Imboccata Via Curtatone."Mi scusi ancora Maresciallo, ma è stato trovato il cadavere della Baronessa Renzi, nella sua camera da letto, so che la conosceva."La sua voce aveva smesso di balbettare, anzi aveva un timbro molto più deciso."La ringrazio Sorrentino,"disse con una punta di amarezza,"so dove è la casa della Baronessa, casualmente mi trovo qui a pochi passi."Mentre si dirigeva verso la casa i ricordi riaffioravano nella sua mente. Una bella donna Anna, ormai vicino alla settantina, ma ancora molto affascinante, una donna di classe come poche. Le era morto il marito da circa dieci anni,anche lui nobile,molto riservato, con un'adorazione invidiabile per sua moglie. Lei si era risposata ad un tipo molto più giovane, i giornali lo ritraevano come un nullafacente che puntava solo al denaro. Ma queste erano voci poco fondate e tutte da dimostrare. Cara vecchia amica. Quanto tempo è passato, troppo dal nostro ultimo incontro, quando mi invitasti a casa tua prima di sposarti a quel tipo. Passammo una serata in camera tua a chiacchierare dei vecchi tempi, ricordando che brava persona fosse stato tuo marito.  

La casa era circondata da macchine dei Carabinieri, un ambulanza e un mezzo dei pompieri. Tutto era stato transennato per evitare i curiosi. Persone dalle facce assonnate che affacciate alle finestre, allungavano il collo indicando e sperando di capire cosa era successo. La casa. Uno di quei palazzi con alle spalle secoli di storia. Tre piani di imponente maestosità. Sulla facciata al piano terra, sopra il grande portone di legno intarsiato, lo stemma di famiglia. Un leone con le fauci spalancate che si morde la coda biforcuta. Sullo sfondo una grossa erre dorata. Tra un piano e l'altro una serie di piccole piastrelle, con mosaici raffiguranti serpenti dai vari colori che sputano fuoco.

"Misteriosa e molto scenografica". Si ricordò delle parole pronunciate da Anna, una volta rientrati insieme in casa, dopo una serata passata al Teatro Manzoni. Antonio ricordò quella battuta e ne rise ancora. Nonostante gli occhi velati e la rabbia nel cuore.

Tirò fuori dalla tasca il tesserino di riconoscimento e si fece strada salutando con un cenno della mano i colleghi. Gli venne incontro, in silenzio, l'appuntato Sorrentino ed insieme attraversarono il portone. Si ricordava bene di quella casa. Ogni mobile, ogni arredo, ogni quadro aveva lo stile di Anna. Lei amava molto quella casa e lo si vedeva nella cura maniacale per i dettagli.

Oltrepassarono il lungo corridoio che collegava le varie stanze. Era talmente ricco di cose antiche che sembrava di attraversare un museo. Diverse vetrine piene di vasi di ceramica ricoprivano la parete destra. Sul lato sinistro una varietà di armi da taglio erano fissate con cura al muro, allineate a secondo della loro appartenenza storica.

"Stiamo già cercando un tipo sospetto che è stato visto uscire da una finestra del pian terreno, dalla domestica Filippina. La quale era scesa, per telefonarci, allarmata per non aver ottenuto risposta, dopo che aveva bussato ripetutamente alla porta della camera della Baronessa. Ha notato solo che l'individuo vestiva di scuro ed aveva il viso coperto da una sciarpa grigia". Il Maresciallo interruppe il passo di colpo e disse:

"Ho visto anch'io quell'uomo, qualche minuto fa in Via Orafi. Dirigete le volanti in quella zona. Fate presto, non può essere lontano."

Raggiunsero la camera. Sulla porta la governante Filippina, visibilmente scossa, stava terminando di dare la sua versione dei fatti all'Appuntato Bonaiuti, che prendeva appunti.

Il Maresciallo sapeva che non gli sarebbe piaciuto quello che stava per vedere, ma quello era il suo lavoro ed il dovere non poteva venire meno, neanche davanti ad una persona cara.

" I pompieri hanno dovuto sfondare la porta, era chiusa dall'interno a doppia mandata, come vedete ci sono ancora le chiavi nella serratura" disse Sorrentino indicando la porta spaccata all'altezza della maniglia.

Santachiara si fece avanti. Ricordava bene quella stanza. Il letto a balconcino, con la sedia a dondolo sul lato destro accanto alla scrivania. Sulla sinistra, vicino alla finestra, il cassettone di noce scuro e sul piano in marmo rosa il portagioie d'avorio, la spazzola d'argento, i suoi occhiali da lettura legati con un nastro di raso grigio. Qualche piccola statuina di porcellana e la sua immancabile Bibbia con i bordi delle pagine dorate, di cui leggeva un passo ogni sera prima di coricarsi. "Mi aiuta a credere che il mondo possa essere un luogo migliore di quel che è." Ripeteva spesso la Baronessa, ogni volta che sentiva Santachiara parlare del suo lavoro.

Alla parete di fianco la porta, un enorme armadio con specchi rifletteva la luce del lampadario a gocce di cristallo, che tintinnava leggermente ad ogni piccolo spostamento d'aria.

Santachiara non si ricordava però del tappeto, sicuramente persiano, disteso sul parquet ai piedi del letto. Un imponente (la camera era molto grande) tappeto marrone di ottima fattura. Passatovi sopra, uno scricchiolio incuriosì Santachiara, che vi ci soffermò per qualche istante.

Nel frattempo, Sorrentino aveva raggiunto il medico legale, Sandro Bora soprannominato Bud, per una sua certa somiglianza con l'attore Bud Spencer, intento ad ispezionare il cadavere della donna steso sul letto.

"E bravo il mio Sorrentino." borbottava tra se e se." Ero appena riuscito a prendere sonno, quando mi ha chiamato. Eppure lo sa che soffro d'insonnia. Per una volta che riesco ad addormentarmi, questo mi va a svegliare. Oh, mi scusi Maresciallo non l'avevo vista. Lo so, sono il solito imbecille."

"Scusato Bud, siamo tutti stanchi, ma purtroppo è il nostro lavoro e di certo non abbiamo gli orari di un Impiegato d'ufficio. Piuttosto delucidami sulla situazione, di cosa è morta la Renzi?"

"Da quello che ho potuto vedere sembra si tratti di un suicidio. Ha profondi tagli all'altezza dei polsi e le dita sono tagliuzzate. E' stata trovata questa lametta accanto al cadavere, quindi penso proprio che se li sia procurati di proposito questi tagli. E poi le ricordo che la porta era chiusa dall'interno e la finestra pure."

"Non crederò neanche per un istante all'ipotesi del suicidio, conoscevo bene la Baronessa e non esiste persona al mondo che amasse la vita come lei. Credeva in Dio con tutta se stessa e mai avrebbe fatto un gesto tale per ferirlo."Pronunciò le ultime parole con una tale rabbia, che tutti nella stanza caddero in un silenzio di tomba.

Dopo pochi istanti."Sorrentino chiami la governante."

La donna raggiunse il Maresciallo, evitando di guardare il cadavere, che nel frattempo era stato coperto da un lenzuolo.

"Mi dica il marito dov'è? Come mai non è stato avvertito dell'accaduto?"

"Io non posso avvertire lui, perché partito oggi pomeriggio per lavoro. Ha detto, che dove lui andato, non potere raggiungere con telefono. Ha detto che lui chiamava quando poteva e tornava tra due giorni. Povera signora, io dato lei sonnifero alle dieci, per aiutare a dormire, ma lei non chiudeva mai porta a chiave. Io andavo sempre dopo venti minuti e trovavo lei addormentata sempre con luce accesa."

Il cellulare di Sorrentino squillò improvvisamente, facendo sussultare la donna, che ricomincia a piangere e tremare.

"Grazie signora. Appuntato Bonaiuti accompagni la signora giù in basso."

"Maresciallo, era la volante. Hanno preso l'uomo con la sciarpa grigia."

"Ed aveva con se tre coltelli antichi, giusto?" Disse Santachiara interrompendo Sorrentino.

"Esatto Maresciallo, ma lei come fa a saperlo?"

"Vedi Sorrentino, passando dal corridoio di sotto, mi sono accorto che dalle pareti mancavano tre coltelli. Il ladro deve averli presi in tutta fretta, spaventatosi dall'arrivo della governante. Quelle armi farebbero gola a molti collezionisti. Venduti alla persona giusta gli avrebbero sicuramente fruttato una notevole somma di denaro. Comunque anche se sono certo che la Baronessa è stata uccisa, non credo che lui centri niente. Dato che appunto la porta della camera era chiusa dall'interno."

"Maresciallo mi scusi, ma se il presunto assassino avesse tagliato le vene alla Baronessa, si dovrebbe trovare ancora nella stanza. Ma è già stata controllata tutta e non abbiamo trovato niente. Tanto meno una persona."

Santachiara sembrò non prestare attenzione alle parole di Sorrentino. Si girò e fece qualche passo sul tappeto persiano. Un leggero scricchiolio, quasi impercettibile, catturò la sua attenzione e un lieve sorriso gli si stampò sul viso. Si chinò e fu allora che notò un lungo filo di naylon arricciato con la punta bruciata, attaccato precisamente a metà del bordo che ne delimitava la larghezza. E ne trovò altri tre, molto più corti, messi a casaccio lungo la sua lunghezza.

" Non deve essere un tappeto molto costoso, visto il materiale di cui è composto." Accennò Sorrentino con aria sicura.

"Sarebbe stata un ottima deduzione, Sorrentino, ma si vede che non ti intendi di tappeti. Ti posso assicurare che la Baronessa non avrebbe mai comprato un tappeto se non fosse stata sicura della sua autenticità. Ma sono sempre più convinto che non sia stato un suo acquisto. Piuttosto un regalo."

Intanto il corpo della Baronessa veniva rimosso e portato via. Un Carabiniere della scientifica continuava a cercare impronte ed un altro finiva di fotografare ogni particolare della camera.

"Certo, che aveva studiato tutto nei minimi particolari e l'avrebbe fatta franca se non avessi saputo quella cosa." Sussurrò Santachiara, seguito dallo sguardo stupito di Sorrentino. Continuava a passare sopra il tappeto su e giù, su e giù. Bisbigliando del filo di naylon, del sonnifero e della porta chiusa dall'interno. Sorrentino guardò l'orologio accennando un piccolo sbadiglio, non accorgendosi che Santachiara lo stava fissando.

"Lo so Sorrentino, anch'io ho un sonno boia e non vedo l'ora di andarmene a letto. Quindi voglio fare una scommessa con te. Io ti dico come penso siano andati i fatti. Tu dici che si tratta di suicidio, io sono convinto del contrario, chi perde paga la colazione per un mese. Nella Pasticceria qui di fronte c'è un barista che fa dei cappuccini da Dio e le paste poi, me le gioco con tutta Pistoia."Si appoggiò alla mensola della finestra e Sorrentino fece lo stesso. "Abbiamo detto che la governante Filippina ha fatto prendere alla Baronessa il sonnifero e poi si è allontanata chiudendo la porta. La Baronessa avrebbe chiuso la porta, a doppia mandata e si sarebbe tagliata le vene, sicura di non soffrire, perché da li a poco si sarebbe addormentata. Questo è quello che ci vuol far credere l'assassino. Ora ti dico quello che penso sia successo. L'assassino si trovava già nella stanza al momento che la Baronessa ha preso il sonnifero, forse chiuso nell'armadio. Ha aspettato che si addormentasse, ha chiuso la porta e ha tagliato le vene alla povera signora."

"Mi scusi se la interrompo, Maresciallo, ma allora l'assassino dovrebbe trovarsi ancora qui. Come avrebbe fatto ad allontanarsi con la porta e la finestra chiusa?"

"Ecco, era qui che ti volevo portare Sorrentino. Il colpevole è qui con noi, anzi, sotto di noi. E sono quasi sicuro di sapere anche chi è!"

Sorrentino si grattò la nuca. Non ci stava capendo più niente. Santachiara sorrise.

"Cercherò di essere più chiaro possibile. Allora abbiamo detto che la governante da il sonnifero alla Baronessa intorno alle 22,00. Chiude la porta e torna dopo circa venti minuti, come faceva tutte le sere, ad accertarsi che la Baronessa stia dormendo per spegnerle la luce. Trova la porta chiusa, la chiama non ottiene risposta ed allarmata chiama i Carabinieri. Voi arrivate sul posto, provate ad aprire la porta, a chiamare la Baronessa, ma niente. A questo punto fate intervenire i pompieri che sfondano la porta e trovate la Renzi morta nel suo letto. Fate tutti i controlli, finestra chiusa, mi chiamate, bla bla bla, eccetera eccetera. Vedi, io conoscevo bene la Baronessa, le sue abitudini e i suoi gusti in fatto di arredamento. Conosco bene anche questa casa, ed ancora meglio questa camera ed è per questo forse, che solo io potevo scoprire l'assassino. Ti dirò, come secondo me sono andati i fatti. L'assassino era già nascosto in questa stanza, probabilmente nell'armadio, al momento che la governante ha dato il sonnifero alla Renzi. Ha aspettato che si addormentasse, ha chiuso la porta a doppia mandata e l'ha uccisa tagliandole le vene nel sonno, tagliuzzandoli un po' le dita per far credere appunto che si sia tagliata i polsi da sola . A questo punto ha rimosso il tappeto, a tolto alcune tavole del parquet, che sicuramente aveva accuratamente divelto giorni prima, si è calato nel pavimento ed ha rimesso le tavole del parquet al suo posto sopra la sua testa. Se guardi la casa da fuori con occhio attento potrai notare che ogni piano e di circa 4 metri, come vedi questa camera ne misura non più di tre. Quindi abbiamo un metro di scarto, sotto i nostri piedi. Un metro dove una persona può nascondersi tranquillamente stando sdraiato, aspettare che tutti se ne siano andati, per poi uscire tranquillamente dalla sua tana, pensando di aver commesso il delitto perfetto."

" Mi scusi se la interrompo Maresciallo, ma l'assassino una volta sotto il pavimento come avrebbe fatto a rimettere il tappeto al suo posto visto che si trova sopra il parquet rimosso?" Disse Sorrentino, con una certa soddisfazione, pensando di aver sgretolato l' ipotesi di Santachiara.

"Vedi Sorrentino hai tralasciato un particolare molto importante, i fili di naylon attaccati al tappeto. L'omicida ha fatto passare l'estremità del filo più lungo, qualche decina di centimetri più avanti facendo un sottilissimo buco nel pavimento, in modo che una volta sotto, non ha fatto altro che tirarlo per far si che il tappeto ritornasse al suo posto. Poi ha dato fuoco all'estremità del filo e lo ha lasciato andare. Questo con il calore si è arricciato su se stesso. Gli altri fili più corti servivano per far credere appunto, che il tappeto avesse delle piccole imperfezioni di fattura. Non nego che la messinscena è ben studiata fino nei minimi particolari. Chiunque ci sarebbe potuto cascare. Ma io, caro il mio Sorrentino, ho dalla mia parte il fatto di aver conosciuto troppo bene la Baronessa e credimi: amava la vita con tutta se stessa. Quindi, dato che l'unico erede della Baronessa è suo marito e che non credo assolutamente al suicidio, lascio a te il compito di scoprire se le mie supposizioni sono esatte. Io me ne vado a letto, che è tardi. Almeno evito di mettere le mani addosso a questo lurid......... imbecille." Imbecille? Perché non bastardo assassino, stronzo figlio di puttana. Sporca carogna, infame, farabutto. Perché in cuor tuo sai che la Renzi non avrebbe gradito sentirti pronunciare tali parole in sua presenza. Pensò Santachiara, soffermandosi sulla porta.

"Cazzo.!" Esclamò a voce alta. "Accidenti! E chi trova il coraggio di tornare a casa, ho ancora da dare da mangiare ad Attila. Mi sa che ci devo entrare con la pistola. Quello se non mangia alla sua ora, diventa una belva."

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